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In ascensore non si muore!

La mia disavventura milanese, gli attacchi di panico e un altro piccolo ostacolo personale superato

Avete mai sofferto di attacchi di panico? Sapete di cosa si tratta?

Ve lo racconto in poche parole. Un attacco di panico si verifica in tutti quei momenti in cui si sente di non avere una via di fuga: al piano alto di un palazzo, in ascensore, in autostrada (magari in corsia di sorpasso e con un camion a fianco), in aereo, guidando in galleria.

È qualcosa di incontrollabile. Dai piedi sale un calore forte fino alla testa, si ha paura di perdere i sensi. In una parola: si prova terrore. Terrore vero. E la paura più grossa è la paura di provare quella sensazione di terrore. Ti senti come se fossi certa che stai per morire in quel preciso momento.

(fonte foto Doveecomemicuro.it)

È una sensazione orribile che sul momento non puoi controllare e che ti cambia, perché ti limita moltissimo nella vita di tutti i giorni causandoti l’impossibilità di essere autonoma e indipendente. Non riesci più a prendere un ascensore, non puoi più viaggiare in auto da sola, non riesci più a stare in mezzo alla folla tipo, che so, prendere una metropolitana.

(fonte foto: Psicologi-italia.it)

So che molti di voi sanno di cosa parlo. Ne soffrono soprattutto le donne, per la loro sensibilità, ma anche molti uomini. Molti vip qualche anno fa hanno fatto outing raccontando senza vergogna il loro problema.

(fonte foto Lettoquotidiano.it)

Come l’attore Alessandro Gassman che soffriva di attacchi di panico mentre era a casa sua, sereno, o apparentemente sereno, mentre leggeva il giornale a letto. E non riusciva a darsi una spiegazione.

Nasce da un periodo di poca serenità interiore, quando si è preoccupati per qualcosa, quando si vive una situazione pesante o quando si vuole fare un grosso cambiamento nella propria vita e non si sa da dove cominciare.  È un campanello d’allarme, è come se il tuo corpo si ribellasse per costringerti a reagire e a cambiare la situazione che ti fa sentire prigioniera.

Io ne ho sofferto più di dieci anni fa, per un periodo discretamente lungo. La prima volta che mi è successo ero dentro al tubo della risonanza magnetica. Prima di entrarvi l’operatore mi ha detto che in caso di bisogno avrei premuto il bottone dell’interruttore che avevo in mano e mi avrebbero tirata fuori immediatamente. Non capivo perché avrei dovuto aver bisogno, comunque ok.

(fonte foto Nurse24.it)

Inizia l’esame. All’improvviso sento un calore che parte dalla pianta del piede e arriva sempre più su fino al cervello, ho l’istinto di scalciare per uscire e non riesco più a respirare. Schiaccio il pulsante ma non succede niente. Secondi che sembrano ore, mi sembra di impazzire. Finalmente mi tirano fuori.

Quando le pulsazioni si regolarizzano e riesco di nuovo a parlare, chiedo come mai non mi abbiano tirata fuori subito. Mancavano solo 10 secondi alla fine dell’esame e se mi avessero tirata fuori avremmo dovuto ripetere l’esame. Ho l’istinto di ucciderli, invece me ne vado singhiozzando. Da lì inizia un periodo durissimo che non sto a raccontare.


(fonte foto Mentesicura.it)

Non voglio che la mia vita sia limitata e non amo non poter essere indipendente, quindi mi rivolgo a una specialista per cercare di risolvere con lei il problema. Trovo una dottoressa dolcissima che mi aiuta ad uscirne. Rimangono solo 2 scogli da superare: imboccare una galleria guidando in autostrada e restare bloccata in ascensore. Due prove titaniche che ancora oggi, a distanza di anni, non credevo di poter affrontare e superare.

E invece…

Dopo la mia bellissima settimana a Milano per le 5 dirette di Detto Fatto su Rai2, vado in stazione a Milano Rogoredo per prendere il treno che mi riporta a casa. Ho due valigie pesantissime (mi porto sempre dell’allestimento di scorta per creare i miei set in Rai) e per arrivare al binario 8 ci sono due rampe di scale da fare. Decido di prendere l’ascensore. È un piano solo, cosa potrà mai succedere?

Succede che l’ascensore si blocca e si materializza una delle mie paure più grandi.

L’ascensore in questione naturalmente è tutto chiuso (senza vetri), misura circa 1 mq e fuori ci sono 28 gradi (dentro forse 32…). Giusto per fare il quadro della situazione.

(fonte foto Riza.it)

Quando realizzo che l’ascensore è bloccato, perché i pulsanti non rispondono più a nessun comando, cerco di capire come chiamare i soccorsi.

C’è una specie di citofono con un campanello da suonare. Lo premo e non succede nulla. Dopo un minuto lo premo di nuovo e non succede nulla. Per caso scopro che per far scattare l’allarme è necessario tenerlo premuto qualche secondo. Questo mi sembra giusto, così non si rischia di premerlo per errore, ma bisognerebbe scriverlo bello chiaro perché se a una persona parte lo stato di ansia, non riuscirà mai a capire come funziona.

(fonte foto Lamenteemeravigliosa.it)

Tengo premuto e fuori inizia a suonare l’allarme ma nessuno lo considera. Dal citofono mi risponde l’operatrice dell’assistenza. Le spiego la situazione. Cerco con tutte le mie forze di mantenere la calma perché lei mi parla con voce e frasi fredde e impostate come se fosse un call center. Mi dice di non toccare la porta, di non provare ad aprire, mi chiede come sto, mi dice che lì dentro sono al sicuro e che a breve arriverà sul posto il loro tecnico. Ok.

(fonte foto Nositalia.it)

Dopo 15 minuti non succede nulla e non arriva nessuno. Richiamo. Stesse frasi impostate recitate a macchinetta e stessa comunicazione: il tecnico è stato chiamato e sta arrivando. Sudo per il caldo, i battiti cardiaci sono accelerati ma mantengo la calma e aspetto. Dopo altri 5 minuti richiamo. Stessa risposta. Allora decido di prendere in mano la situazione, chiamo il 113, mi passano i vigili del fuoco, spiego la situazione con tutta la calma e loro attivano subito.

Dopo un po’ sento in lontananza le sirene, bussano alla porta dell’ascensore “siamo i vigili del fuoco, adesso la facciamo uscire”. In quel momento sento l’adrenalina che crolla e inizio a piangere per scaricare la tensione. Forzano la porta in due e mi fanno uscire, io che mi sentivo vulnerabile, con le lacrime sul viso e le mie due valige pesantissime.

Non mi ricordo le loro facce ma io in quel momento li vedevo così:

                      (fonte foto Spyit.it)

“Signora sta bene? Ha bisogno di un dottore?” e io “ho bisogno solo che mi portiate le valigie di sopra perché voglio andare subito a casa!”. Loro, gentilissimi, mi portano i bagagli di sopra al binario. Evviva i vigili del fuoco milanesi! Li ringrazio moltissimo, mi scuso per il disturbo e mi siedo sulla panchina a riprendere le forze. Ho controllato le chiamate in uscita e da lì ho visto che sono rimasta 35 minuti bloccata dentro l’ascensore. 35 minuti è un tempo infinito!

Mentre aspetto il treno mi suona il cellulare “Salve, come sta? Stia tranquilla, il nostro tecnico sta arrivando”. Era la tipa dell’assistenza che pensava che io fossi ancora lì dentro ad aspettare loro! Se fosse così sarei già morta di infarto. Quando le dico che ho chiamato i vigili del fuoco e che sono fuori è quasi seccata! Dopo qualche giorno mi arriva un sms per chiedere il grado di soddisfazione dell’assistenza e dell’intervento. Mi preparo a scrivere una sfilza di improperi ma c’è solo una domanda da compilare: “da 1 a 10 quanto consiglierebbe la nostra azienda ad un amico?”. Roba da matti!

Le fortune di questa disavventura sono tre: il cellulare prendeva anche dentro alla cabina bloccata, ero da sola e non con qualcuno che avrebbe potuto perdere il controllo e prendere a botte sia la porta dell’ascensore che me, ed ero in largo anticipo per il mio treno.

La morale invece è che finalmente l’ho testato personalmente e ve lo dico ufficialmente: bloccati in ascensore non si muore e non succede niente di grave, nemmeno a una persona che ha sofferto di attacchi di panico (che poi sono strettamente legati alla claustrofobia).

Una volta ho letto una storiella che raccontava che quando i fantasmi (le nostre paure) ci inseguono, più scappiamo e più loro diventano grandi e forti, ma se ci giriamo di scatto e le affrontiamo a testa alta improvvisamente diventano piccole piccole…

(fonte foto Lastampa.it)

Il lieto fine di questa storia? Ho superato una grande prova, che per qualcuno può essere niente, ma che per me è stata una prova gigantesca che si è tramutata in una grande soddisfazione per il mio autocontrollo e prontezza d’azione.

Il prossimo passo sarà sfrecciare con l’auto nel tunnel della Secante…

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